Lisbona. Il respiro infinito dell’Oceano.

Lisbona incanta, fa piangere e poi ridere di cuore, riempie di malinconia e di gioia…

Capitale a misura d’anima, vi sconvolgerà per i suoi manieristici dettagli e per i vertiginosi panorami, per la cultura e la storia di cui è intrisa. E quando penserete di averla capita, lei si presenterà ancora diversa: la Lisbona supertecnologica, proiettata nel futuro, città moresca dalle pazze notti, con i suoi meravigliosi e multietnici abitanti.

Per capire come è fatta Lisbona, qual è la sua essenza, il suo fiato, bisogna perdercisi dentro. È una città che sta nel pugno della mano e non bisogna aver paura di non sapere dove si è andati a finire. Basta lasciarsi alle spalle i pensieri, i problemi, i rancori, perdersi nelle fiabe raccontate dai disegni di pesci e vascelli che decorano i marciapiedi di sampietrini bianchi e neri, scalare le infinite salite e restare senza fiato a guardare il Tejo e l’immenso oceano, che riempiono col loro azzurro ogni lembo della città. Poi, quando si è presa un po’ più di confidenza, sbirciare dietro i pizzi delle finestre, ornate da meravigliosi balconi in ferro battuto, per scoprire vecchie cucine impreziosite da azulejos e salotti decorati da stucchi e fiori affrescati: ogni casa regala un fiore, tutte chiedono una fotografia, uno sguardo.

Bisogna inerpicarsi – di mattina presto, immersi in una surreale luce bianca – su per le stradine dell’Alfama, puzzolenti di pesce fritto, fra panni stesi e bambini che giocano scalzi; guardare con ironico stupore dentro le case dalle ripidissime e sgangherate scale di legno, comprare la frutta dei mille negozietti che vendono di tutto; sedersi ogni tanto a riposare e seguire con lo sguardo gli splendidi azulejos che decorano le facciate delle case, e le meravigliose chiese, i portoni decorati, le luci di ferro battuto, i pavimenti di pietra, uno diverso dall’altro.

Bisogna sedersi nei vecchi caffè ad ascoltare la storia d’amore o di tristezza che hanno da raccontare, prendere da una mensola uno dei tanti libri, bere una bica o un garoto, assaggiare pasticcini di crema di riso e cannella, o i panini dai mille sapori. E stare a parlare del teatro di Saramago col vecchietto seduto a fianco, di architettura con una studentessa brasiliana, di capoeira con un giovane angolano.

Dovrete passeggiare, al tramonto, lungo il quartiere di Bèlem, per scoprire con un tuffo al cuore e un senso di vertigine la raffinata perfezione dello stile manuelino che adorna il monastero di Geronimo. Foresta di granito manieristicamente scolpita di fiori, frutti, innumerevoli pinnacoli, dialoga superbamente con le linee essenziali progettate dal “nostro” Gregotti per il Centro Culturale di Belèm. Di fronte alla foce del Tago, immensa come un mare, sentirete il respiro di nostalgia dell’impero e per un attimo vi sembrerà di sentire le voci dei marinai portoghesi, che per tre secoli approdarono alla torre di Belèm con i loro carichi di spezie e metalli preziosi.

E la sera tardi, sotto una pioggia incessante, sarà la città stessa ad accompagnarvi sopra un vecchio tram che con una velocità sorprendente si inerpica per i colli dei quartieri storici. Vi scoprirete allora misteriosamente pervasi da un senso di mistero e smarrimento, catapultati nell’analisi della condizione umana, protagonisti inconsapevoli di un racconto di Antonio Tabucchi.
E dopo un lungo e silente colloquio con le strade umide di salsedine della città, all’improvviso svanirà ogni pensiero, risucchiato violentemente dalla movida lisboeta, un irresistibile incrocio di strade del Bairro Alto dove si susseguono decine di localini, baretti, discoteche, pub, ristorantini tutti diversi l’uno dall’altro, dove tutti si riuniscono – ragazzi di mille razze e nazionalità, uomini d’affari, artisti, ubriaconi, ballerine, giocolieri, cantastorie – a bere la buonissima birra locale, il Vinho Verte, il Porto.

Piano piano Lisbona si rivelerà, prima nei suoi piccoli particolari, poi nella sua sconvolgente bellezza… e là sarete irrimediabilmente caduti nella trappola di questa meravigliosa città, che come una donna bellissima vi ha concesso la sua pelle, i suoi capelli, i suoi odori segreti, le sue dolcezze e le sue perversioni, e non potrete che vivere il resto della vacanza avvolti di una feroce malinconia, di un senso di respiro pesante, di un sapore che non riuscite a riconoscere, di un profumo che rincorrete da tempo… e anche i meno romantici si ritroveranno con stupore a guardare Lisbona da uno degli innumerevoli miradouros, dialogando in un silenzio reciproco con la città, a chiederle il segreto di quell’azzurro che tinge ogni cosa, e che poi diviene sconvolgentemente rosa al tramonto.

A questo punto non potrete mai più tornare indietro: siete stati colti dalla saudade, intraducibile espressione portoghese che descrive quello stato d’animo tra la nostalgia, il rimpianto, il desiderio forse di qualcosa che non è mai stato; una categoria dello spirito che solo chi vive a fondo Lisbona può cogliere. Ma attenzione: la saudade è una dolcissima malattia che si rimpossesserà di voi anche dopo esser tornati a casa, ascoltando lo struggente fado di Amalia Rodriguez o sentendo per caso il profumo della cannella. E ripenserete a lei, dolce, maliarda Lisbona.

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