Pugni di Zolfo 9 e 10 novembre al teatro Puccini

E’ singolare come le cose trovino fra loro coincidenze e linee di intersezione. In questo inizio di novembre a Firenze la nobile arte è protagonista.

Il 4 novembre la città è stata palcoscenico del bellissimo incontro di pugilato che ha visto il fiorentino, originario della Sierra Leone,  Leonard Bundu vincere il titolo di campione europeo. Solo pochi giorni dopo, il 9 e 10 di novembre, al Teatro Puccini di Firenze si tiene un altro incontro, nemmeno tanto metaforico, quello di Pugni di Zolfo.
Maurizio Lombardi, attore fiorentino di grande potenza scenica, ha scritto, diretto ed interpretato dal 2007 questo monologo che trae ispirazione da una poesia del grande poeta siciliano Ignazio Buttitta, “A li Matri de li carusi”. Il protagonista sulla scena è Vincenzo Barrisi, un pugile siciliano.

Non è un campione, anzi ha appena perso malamente un match contro un americano. Nello spogliatoio, mentre il secondo gli toglie le fasciature dalle mani e gli friziona i muscoli indolenziti, la sconfitta gli riporta alla mente l’infanzia e quei ricordi ci conducono nel suo inferno.

Vincenzo era un caruso, un bambino di nemmeno dieci anni che come tanti altri viene mandato, nella Sicilia di fine ottocento, nelle miniere di zolfo per scavare e per portare in superficie il minerale.

Un inferno, appunto, che vedeva morire molti di loro, li vedeva abusati dei caporali che li spingevano a lavorare anche mentre brillavano le mine. Un inferno dal quale Vincenzo viene allontanato dalla madre, che pur di non vederlo morire lo manda lontano, sapendo che non lo rivedrà. Vincenzo è lontano ma quell’inferno se lo porta dentro, lo zolfo gli è rimasto sulla pelle.

Quello che va in scena è sicuramente uno degli incontri più duri che un pugile (un uomo) può sostenere perché lotta contro se stesso e per se stesso. Un round unico di poco più di un’ora in cui non saranno risparmiati colpi, in cui il corpo e la voce di Vincenzo/Maurizio, l’essenzialità della scena, i suoni e le musiche, metteranno tutti noi, spettatori, all’angolo della propria coscienza. A quel punto starà a noi decidere se andare al tappeto o alzarsi e (ri)cominciare a combattere. Forse è per questo che il pugilato viene definito “la nobile arte”.

chevron_left
chevron_right