Il buongiorno si vede dal caffè

Lo diceva anche Eduardo De Filippo, c’è chi alla bevanda nera non sa proprio resistere. Le vacanze di Pasqua sono un’ottima occasione per vedere amici e parenti, naturalmente davanti a una fumante tazzina di caffè.

Giorni di festa alle porte e finalmente qualche ora da dedicare ad amici e parenti. Quante volte avete pronunciato o vi siete sentiti dire la fatidica frase “dai, sentiamoci… prendiamoci un caffè”, entrata nel gergo comune per proporre di incontrarsi?

La tradizione napoletana vuole che il caffè venga preparato in un certo modo: si tratta di un rituale sacro che conserva alcuni piccoli segreti. Inoltre non tutti sanno che la Moka che di solito si utilizza non è la vera “caffettiera”, detta anche napoletana o, in dialetto, cuccumella (inventata tra l’altro da un francese nel 1819). Questa macchinetta original è costituita da ben 4 elementi che vanno a incastro, quando l’acqua bolle e il vapore esce da un forellino di lato, ecco il momento in cui capovolgere la caffettiera e versare il preparato nelle tazzine.

Un maestro di questa cerimonia è stato Eduardo De Filippo, attore, regista e drammaturgo napoletano che nell’opera Questi fantasmi crea una scena, entrata di diritto nella storia, in cui lui (nei panni di Pasquale Lojacono) spiega al fatidico –  e invisibile – dirimpettaio (il professor Santanna) il piacere e l’accuratezza con cui ogni giorno si prepara il suo buon caffè. Tanto gustoso da sembrare una ciucculata.

E dispensa veri e propri consigli per la preparazione del caffè. È così che per conservare il fumo denso e profumato del caffè inventa il noto coppitello, da infilare sul becco; suggerisce di cospargere il fondo della capsula bucherellata in cui si versa l’acqua con un mezzo cucchiaino di polvere appena macinata.

Il caffè è una bevanda che da sempre crea socializzazione, aiuta nel risveglio mattutino e permette di (ri)svegliarsi dopo pranzo, prima di riprendere a studiare o lavorare. Ci sono persone che possono levarsi il vizio del fumo, ma non sono in grado di rinunciare alla loro tazza fumante e aromatica di caffè. Ma, se il primo che bevono al mattino è come quello che lo stesso Eduardo beve in Natale in casa Cupiello all’inizio del primo atto, beh, la giornata non sarà proprio delle migliori. La moglie Concetta, infatti, non lo sa preparare: le viene proprio una cosiddetta zoza.

Ancora Eduardo in un’altra opera tragicomica come Napoli milionaria, mette l’accento sull’importanza della bevanda. Infatti, la signora Amalia, per far fronte alla miseria durante il secondo dopoguerra, si inserisce nella vendita di contrabbando del caffè: una delle soluzioni per non morire di fame era spesso trasformare i propri bassi (tipiche case napoletane a livello della strada) in bar caffetterie.

Come non ricordare, poi, la canzone di Fabrizio De Andrè Don Raffaè, in cui il cantautore sottolinea la qualità del caffè che il professore Raffaele Cutolo, creatore negli anni ’70 della Nuova Camorra Organizzata, beve in carcere grazie alla “ricetta ch’à Ciccirinella compagno di cella c’ha dato mammà”.

In ultimo una curiosità: fino a pochi anni fa era ancora in uso l’abitudine di portare il caffè fresco macinato alle visite di condoglianza. Era noto, infatti, l’elevato consumo che in quei giorni di lutto i familiari del defunto avrebbero dovuto affrontare offrendo caffè a tutte le persone che arrivavano a casa per onorarli.

D’altronde qualche consiglio prezioso sulla tostatura artigianale del caffè lo dispensò nel suo manuale di cucina anche Pellegrino Artusi durante la sua permanenza a Firenze, ricordando che, come spesso accade, miscelare più specie diverse di semi di caffè può rendere migliore l’aroma. Ci sarà qualche famiglia fiorentina che ne ha fatto tesoro?

Sicuramente adesso ci è venuta una gran voglia di gustare un buon caffè: bisognerà chiamare qualche amico o parente, per incontrarsi al bar o per prepararlo, accuratamente, a casa. E allora, buon caffè e buona Pasqua.

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