Colazione da Tiffany alla Pergola dal 10 al 15 aprile

Avete letto il libro. Avete visto il film. Ora tocca alla frizzante commedia, diretta da Piero Maccarinelli con Francesca Inaudi e Lorenzo Lavia. Stiamo parlando di Colazione da Tiffany:  in scena alla Pergola dal 10 al 15 aprile.

Nel 1958 Truman Capote firmava il suo romanzo (probabilmente) di maggior successo, Colazione da Tiffany, da cui nel 1961 venne tratto il film omonimo diretto da Blake Edwards. La scena si apre con le prime luci dell’alba che si confondono con i bagliori dei semafori. E una silhouette nera cammina mangiucchiando croissant. Sullo sfondo, una New York da copertina patinata.

Holly Golightly è una ragazza sofisticata, icona specchio della cultura americana di fine anni ’50. Insegue il materialismo e sogna l’amore ma intanto si divide tra party in mini appartamenti super affollati e abiti firmati. Insomma, espedienti temporanei che fungono da palliativi per l’infelicità e la malinconia. Ciò che lei chiama metaforicamente “fare la toletta” altro non è che celata prostituzione d’alto bordo.

Holly, interpretata da un’aggraziata Audrey Hepburn, incarna la donna incasinata, regina di una vita sregolata, fatta di mondanità ed eccessi. Nella vita incantevole costruita da Holly, un giorno entra lo scrittore Paul, che lei chiamerà amorevolmente Fred in ricordo del fratello. Paul, interpretato da George Peppard, le darà filo da torcere facendole capire che ciò da cui lei fugge è in realtà se stessa.

Questa Lolita un po’ troppo cresciuta sta scappando da qualcosa: da un passato non troppo lontano in cui lei si chiamava Lula Mae ed era sposata con un veterinario del Texas, che la sposò quando era ancora una ragazzina selvatica.

Piero Maccarinelli, con la compagnia degli Ipocriti, utilizza l’adattamento di Samuel Adamson per ricreare un’atmosfera teatrale leggera ma malinconica al contempo. L’obiettivo è quello di allontanare ogni tipo di legame con la famosa pellicola firmata da Edwards. Francesca Inaudi si ispira più al personaggio di Marilyn Monroe, prima scelta di Truman Capote, che non all’eterea Audrey Hepburn.

La sua marcia in più è il saper dosare l’essere frivolo caratteristico di Holly con la sua totale ingenuità, senza farla sembrare svampita. La scenografia è affidata a Gianni Carluccio che la sviluppa soprattutto in senso verticale: invita lo spettatore a salire e scendere con gli occhi i gradini di questa storia, fatta di riflessioni amare e buonumore.

Insomma un tubino nero di Givenchy, una gioielleria sulla Fifth Avenue e una buona dose di randagismo sentimentale, ed è subito Tiffany. Tiffany: il luogo dove Holly si sente protetta e al sicuro, in cui non può capitarle niente di brutto.

Cos’è in fondo Tiffany se non un luogo immaginario, isola salvifica dove ognuno di noi può rifugiarsi dalla realtà? E sarebbe bello – ogni tanto – scappare dalle responsabilità. A patto che poi ci si ritorni…alla vita reale!

 

chevron_left
chevron_right