Alessandro Riccio e il suo Gianni Schicchi

Regista, produttore e interprete camaleontico: l’artista fiorentino torna sulle scene con una trasposizione dell’opera pucciniana. Dal 26 al 31 dicembre al Teatro Puccini

(foto di Chiara Barbucci)

Firenze, 1200 c.a. La morte di un ricco mercante. Parenti serpenti in una bramosa ricerca del testamento. Per poi scoprire che la cospicua eredità è destinata ad un convento di frati. Non tutto è perduto però se puoi rivolgerti al truffatore più astuto della città…

Sono questi gli elementi che animano la vicenda di Gianni Schicchi, celebre falsario fiorentino che per le sue arguzie meritò l’inferno dantesco.

La storia di una beffa dai toni boccacciani che Alessandro Riccio, maestro degli spettacoli in costume, rilegge in tono dissacratorio e con un tocco di modernità, affidando le scenografie allo street artist Clet Abraham (leggi la nostra intervista).
E a TLDIF ha raccontato un po’ di sé…

Cosa rappresenta per te Gianni Schicchi?

E’ la prima opera che ho ascoltato. Avevo circa dodici anni quando vidi il film “Camera con vista” e  nella colonna sonora c’era il famoso brano O mio babbino caro.
La bellezza di quest’aria mi colpì a tal punto che comprai immediatamente il cofanetto dell’opera di Puccini.
Gianni Schicchi
è una storia che riassume tre capisaldi del mio stile: la socialità tipica dell’opera corale, la Storia e il travestimento, che poi sono gli elementi primari che compongono la nostra rassegna del Mese Mediceo.

Una delle peculiarità dello spettacolo sono le scenografie di Clet Abraham. Cosa succede quando il teatro incontra la street art?

Noi con la nostra tradizione e col nostro lavoro portiamo un certo tipo di atmosfera, Clet ne porta un’altra ancora. Il risultato di questa unione produce qualcosa che è maggiore della semplice somma dei suoi elementi, in cui si viene a creare un qualcosa che è leggibile e divertente anche per il pubblico contemporaneo; sebbene infatti le nostre siano opere storiche sono comunque in grado di aprirsi alla contemporaneità.

Tedavi ’98 è la tua casa di produzione. Quali sono le sue attività principali?

E’ una casa di produzione di eventi. La nostra punta di diamante è rappresentata dal Mese Mediceo, che quest’anno giungerà alla decima edizione.
Solitamente non usiamo molto il teatro stabile per le nostre rappresentazioni, dato che la Toscana è ricca di ville, castelli, giardini, posti straordinari che costituiscono dei veri e propri palcoscenici al naturale.
Perché utilizzare sempre la solita location quando ne abbiamo migliaia a disposizione? La nostra mission è: usare il teatro e osare il teatro in luoghi dove solitamente il teatro non ci dovrebbe essere.

Nella tua carriera hai svolto diversi ruoli, dal truccatore al regista. Quale ritieni più stimolante?

Tendenzialmente io credo di essere un regista, perché è il lavoro che mi viene più naturale e istintivo. In queste vesti riesco a trovare quasi subito il linguaggio più appropriato per risolvere certe situazioni sceniche. Il ruolo dell’attore è certamente più divertente e trascinante a livello emotivo, mentre quello del regista è più mentale. Se mi chiedessero di scegliere però opterei sicuramente  per la regia.

Che ruolo ha Firenze nelle vostre produzioni artistiche?

Nella fase storica che stiamo attraversando ci sono sempre meno fondi da poter investire nelle produzioni teatrali. Firenze ci consente di risparmiare sulla scenografia e al contempo torniamo a riscoprire la straordinaria bellezza di questa città che talvolta può essere data per scontata. Utilizzando la città e i suoi luoghi per i nostri spettacoli vogliamo dare al pubblico la consapevolezza di dove stanno vivendo, cercando di far conoscere ancora più a fondo il fascino di Firenze.

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