Silvia Frasson scommette sul Teatro.

Senese di nascita, fiorentina d’adozione. E’ una giovane attrice di teatro che da un po’ di tempo si sta facendo conoscere nella nostra città. L’abbiamo incontrata in questo inizio d’autunno per fare due chiacchere sulla sua attività e fare un punto sul teatro oggi a Firenze.

Chi è Slivia Frasson?

Mia madre mi diceva che volevo fare l’attrice già da quando avevo 4 anni. E’ una bella storia, ma non so se corrisponde a verità. Ho cominciato a recitare al Liceo e niente reggeva il confronto col piacere che provavo a stare su un palco. Ho deciso così, seguendo quel piacere e il teatro diventò il mio palcoscenico quotidiano. Una scelta inconsapevole,  incosciente, ma forse sono proprio queste le scelte che portano lontano. Poi a Milano alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi, quattro anni durante i quali il tempo che non passavi a scuola era solo quello in cui dormivi, e non era molto.

Perché hai scelto Firenze? 

Firenze arriva dopo Milano e dopo Roma. Milano non mi piaceva perché non si vedeva il cielo, ed io, campagnola, nata e cresciuta tra le colline toscane, non sono riuscita a trovare il mio equilibrio nella grande città grigia. Poi Roma, ma a parte una pizza a taglio insuperabile la capitale non mi ha offerto grandi possibilità. Mi presero poi per un progetto al Teatro Metastasio di Prato dove cominciai a lavorare fino al giorno in cui d’improvviso decisi di trasferirmi a Firenze, sempre ascoltando l’istinto.

 Che vuol dire Narratrice immaginifica?

Quello di Narratrice Immaginifica è il mio progetto di autrice-attrice. Racconto storie, su idee mie o su commissione. La narrazione è una forma che amo molto perché essenziale, semplice e diretta. Non ci sono scene né costumi. C’è solo un attore. Chi ascolta vede apparire mondi, persone e cose. Mi sembra una bella magia che fa sì che dal nulla nascano mondi. “Immaginifica” perchè il lavoro parte da basi storiche, ma il racconto si sviluppa attraverso i miei occhi e il mio sguardo sulle cose tanto che alla fine è sempre difficile distinguere la realtà dalla fantasia.

 Che ne pensi della situazione che sta vivendo il teatro oggi?

In questo paese oggi c’è una grave mancanza di possibilità. Gli spazi e i soldi  spesso vengono dati a chi già ne ha; molti nomi di attori di cinema e tv riempiono i teatri. Ci sono tanti artisti che valgono, ma che non trovano le possibilità per far vedere il proprio lavoro. Le porte si chiudono senza nemmeno la possibilità di aprirne una fessura,  se hai talento ma davanti una porta chiusa finisce che quel talento marcisce nelle mani senza averlo mostrato.  Viviamo in un paese in cui il lavoro di attore non è riconosciuto come tale. Di qualche giorno fa la notizia dell’annullamento al diritto della disoccupazione alla categoria.

 I tuoi progetti per quest anno: cosa bolle in pentola?

Vivo ancora di rendita della gioia che mi ha portato il grande lavoro inserito nella rassegna del Mese Mediceo ideata da Alessandro Riccio dove ho debuttato con uno spettacolo su Caterina de Medici. Dieci serate di tutto esaurito. E’ stata una grande opportunità per me e una bella prova. Quest’anno si prospetta pieno di progetti:  a dicembre sarò in scena al Teatro Puccini con “Gianni Schicchi”, uno spettacolo diretto da Alessandro Riccio. A Febbraio debuttiamo con “In Nome del Popolo Italiano” di Matteo Bacchini (con Daniele Bonaiuti) al Teatro delle Donne di Calenzano. A Marzo porterò al Teatro Lumiere a Firenze il mio primo spettacolo di narrazione, “Giovanna che immaginò Dio”. Sembra scontato dirlo sull’onda di Steve Jobs, ma ragazzi, non accontentiamoci mai.

 

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