Il Pratese Hipster si racconta a Te la do io Firenze

Il Pratese Hipster esiste. Ed è uno dei fenomeni del web: una pagina da 19.000 fan, tra recensioni di dischi che non sono ancora usciti e l’irritazione di Pierpaolo Capovilla.

Hipster: una parola che indica una categoria sociale ormai sdoganata. Al di là del classico stereotipo, l’hipster del 2013 è un fenomeno che a volte fa discutere, sorridere e incuriosire. Abbiamo intercettato Il Pratese Hipster, una celebrity (nascosta) del web. Come l’hipster di provincia ai tempi dei social network.

In primis, c’è da rimarcare che non è stato semplice trovarlo: che ci crediate o no, non ha cellulare. Il pratese hipster non si prende quasi mai sul serio, e ci confida subito che: ”Sono appena tornato da 5 mesi in Finlandia. Prato? Beh, purtroppo non è Williamsburg” (il ghetto di Brooklyn patria natìa degli hipster, per i newyorkesi Hipsterville). E che l’unica, grande occasione di socializzazione per un hipster di provincia è già passata: ”E’ stato il concerto degli Arcade Fire a Lucca: un vero evento di respiro internazionale, la Woodstock dell’hipster di provincia”. O la Knebworth skinny mode, a scelta.

Ci parla della sua città, delle sue cerchie virtuali (su G+) e dei ritrovi hipster: ”Cosa non semplice in una città dominata dalla noia e dal business, che soffre la mancanza di eventi come un album di Yoko Ono l’allegria”. Ma ci sussurra che anche Prato, pur non essendo Cork, ha i suoi luoghi non troppo mainstream: ”Come la biblioteca Lazzerini: ricettacolo contemporaneo dell’hipster del distretto tessile con un occhio verso l’Hamburger Bahnhof. Uno zenith, ma ormai sputtanato.”

biblioteca lazzerini prato hipster

Il pratese hipster poi si lancia in un’elegìa del Caffè del Teatro Metastasio: ”Una passerella ormai troppo mainstream, ma che ancora permette di svoltare il pomeriggio. Grazie alla lettura di poesie esistenzialiste su basi d’elettronica ambientale: tra le poche cose tuttora irrinunciabili”.

Il pratese hipster ci confessa che: ”Non ascolto più i Radiohead da 5 anni e il mio gruppo preferito deve ancora uscire (insieme al disco)”. Un modus vivendi. Andando a curiosare sulla sua pagina, si scopre che ha vissuto momenti di altissima tensione con uno degli esponenti duri e puri dell’indie-rock italiano: Pierpaolo Capovilla.

Etichettata in un commento come band hipster-oriented, il frontman del Teatro degli Orrori coglie in pieno l’ironia: come un Regionale l’orario di arrivo. E risponde furioso, cancellandosi poi da Facebook. Si può dire di tutto oggi, ma figuriamoci hipster.

Il Pratese Hipster

Il segreto, ci racconta, sta tutto qui: ”Nessuno vuole sentirsi dare di hipster: chi lo è, mai lo ammetterà. Chi non lo è, cerca di affibbiarlo. Chi viene etichettato come tale, se la prende”. Un po’ come la peste. Una peste che si manifesta con un outfit in equilibrio istrionico tra homeless, boscaiolo post-grunge e non-vedente inciampato nell’armadio della nonna.

Sulla sua pagina si scovano brillanti sferzate sarcastiche su questa deriva dei tempi moderni. E rubriche più seguite di un talk show in prima serata, come la Recensione dei dischi che non sono ancora usciti: ”Un must per ogni hipster che si rispetti”.

Il pratese hipster, insomma, ci avverte che: ”Non basta un film di Michel Gondry o un disco dei My Bloody Valentine per sentirsi hipster, o per sentire l’effetto che fa”. E’ un lavoro(?) a tempo pieno: come il Mark Renton di Trainspotting alla ricerca dell’eroina. O meglio, come il dialogo di morettiana memoria in Ecce Bombo. Dato netto. Scientifico: ”Il vero hipster a 12 anni ascoltava già la scena intimista islandese. E a 15 portava già la maglietta dei Royksopp all’Arezzo Wave: sognando un live electro-noise sui fiordi norvegesi”.

IL PRATESE HIPSTER neutral milk hotel
Neutral Milk Hotel - ''In the Aeroplane Over the Sea''

Essere hipster è cosa seria. Soprattutto se si viene dalla provincia, specialmente se non si cresce in un ambiente analogico e di lingua anglofona. L’hipster pratese vive (a fatica) in un micro-universo tutto suo: ”Costellato di tè al ginseng, vinili degli XX, pellicole in Super8, Lomo scattate sui marciapiedi d’autunno, pagine dimenticate di Bret Eston Ellis, calze forate da 200 euro, bici fixies, mercatini equo e prodotti Apple”.

Con un velo di malinconia, si aggiusta il baffo alla Salvador Dalì. Ed è così che il pratese hipster si congeda. Ma rassicura tutti che, nonostante la fama, la catalogazione e il conformismo non l’avranno mai. Accende l’iPhone, e partono i Neutral Milk Hotel: non l’avranno mai. Mai.

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