graffiti Firenze

Graffitari a Firenze. Bue, il tatuatore con la bomboletta in mano

Non è fiorentino ma vive a Firenze da oltre un decennio. Forse in pochi lo conoscono, ma in molti hanno certamente visto le sue opere sparse per le strade e i muri di Firenze.

Come tutti i writer (e i tatuatori) è noto col suo alias: Bue. È la firma che sta in calce a numerose creazioni colorate che caratterizzano varie zone – più o meno dimenticate – della città. Muri, sottopassaggi, ponteggi: quando la città appare come una tavola grigia, asettica e inespressiva, si trasforma nell’humus ideale per quella manifestazione artistico-sociale nota come street art.

Bue

Abbiamo incontrato Bue, che al momento si sta occupando insieme ad altri writer del grande graffito sui muri intorno alla Fortezza da Basso e ci abbiamo fatto una chiacchierata su Firenze: fra tatuaggi, formazione, arte, mentalità diffuse, burocrazie, degrado, snobismo e spray. Uno spaccato cittadino, composto come un puzzle e colorato come un murale.

Iniziamo dalla fine: Bue è da poco tornato da un viaggio a Parigi, dove gli hanno dato la possibilità di decorare uno skate park nel centro cittadino con un murale di 15 metri. Non è la prima esperienza del genere, affatto. Ma la libertà di espressione artistica all’estero rimane il centro di gravità permanente della discussione su Firenze, sui suoi pregi e limiti.

Bue arriva a Firenze, come molti appena maggiorenni, dal profondo sud Italia, attratto dall’arte e dal fascino che Firenze esercita all’esterno. Inizia l’Accademia delle Belle Arti dove “Disegno, scultura, studio e creazioni s’incrociano quotidianamente fino a diventare routine“. Anni di creazioni, studio ed investimento nella materia più affascinante e aleatoria che ci sia: l’arte ai tempi dei social network.

Ci confessa che rimane legato in maniera viscerale alla scultura. E il suo laboratorio-casa nel cuore dell’Oltrarno, ne è pieno. Galline di gesso si mischiano con stickers colorati, bozze di tatuaggi con figure umane con casco e schermi incorporati, degni della fantascienza del Videodrome di Cronenberg. Un mix spiazzante e un po’ caotico: accatastato in pochissimi metri quadri.

bue

Tra un pensiero sull’arte moderna e Brunori SAS che gira in sottofondo, Bue ci racconta: “È un’opportunità lavorare su un’opera come quella alla Fortezza, ma qua, ancora troppo spesso, i graffitari e tutta la street art in generale vengono visti come imbrattatori, quindi imbruttitori. Mentalità che all’estero non è affatto diffusa. Anzi.”

Insomma, re-inventarsi un lavoro creativo sulla strada – dopo l’università – porta a scontrarsi con molte realtà fino ad allora sconosciute: “Da noi esistono ancora regole tardo-medievali che normano le opere in spazi pubblici, ad esempio sul sesso: non si può ritrarre in nessuna forma. Ancora oggi, nel 2013”. Bigottismo? Decoro? La linea di demarcazione spesso si confonde. E scivola via, tra burocrazie nostrane.

bue parigi

Ma Bue si è costruito una reputazione iniziale come tatuatore. In tempi di educazioni siberiane e sdoganamento pseudo modaiolo dell’arte del tattoo, ci dice che: “Per un writer, il rapporto d’attrazione col tatuaggio è parte integrante di sé. E così è vero l’opposto: chi inizia tra spray e tag ha un’alta probabilità di finire a “sporcarsi” con l’inchiostro. Sulla propria pelle”.

L’angolo della domanda trash, a questo punto, vien da sé: il tatuaggio più bizzarro che un fiorentino ti ha chiesto? Ci pensa. Sospira. E scoppia a ridere: “Pochi anni fa, ho dovuto tatuare un ragazzo nell’interno del labbro, con una scritta: fica love”. Chissà se la “c” è muta. Bene, non ci siamo fatti mancare neanche il non plus ultra del trash.

Bue Umbria

Chiacchierando, viene fuori un’emergenza di spazi a livello fiorentino: “Esistono molti luoghi che sono abbandonati o lasciati a se stessi. Sbarrati. Non ci vorrebbe molto per recuperare queste strutture – sostiene Bue – attraverso l’arte e iniziative magari auto-gestite dai giovani.

Cose che in città come Berlino, Parigi o New York hanno fatto la fortuna di vari quartieri rinati grazie a queste iniziative. Se non si stimola l’arte, questa non arriverà mai. In questo contesto ho visto tanti ragazzi validi – come e più di me – mollare tutto. Mentre alcuni personaggi che si sanno vendere, lavorano con chiunque”.

Tra foto di lavori sparsi per il sud e il centro Italia, chiosiamo con il retroscena di uno dei più diffusi sticker cittadini. Una faccia gialla, con occhi rossi e naso verde: sguardo filtrato, sorriso spalancato e inquietante, colori accesi.

bue sticker

È arrivata fino agli avenue di Hong Kong. “È semplicemente la mia visione dell’uomo nella società odierna. Una realtà che ha ben poco di reale: sempre più virtuale, distaccata e schizofrenica. Il “2530” è riferito al voto per un mio lavoro all’università, giudicato in modo totalmente diverso da due professori. Serve a ricordare di non esaltarsi mai, né deprimersi troppo nella vita. Un invito all’equilibrio“.

Sarà pure un semplice adesivo, ma non pare poco di questi tempi.

chevron_left
chevron_right