Chi vive lottando, non muore mai. Addio a Stefano Borgonovo

Stefano Borgonovo se n’è andato ieri pomeriggio a 49 anni. Storia di un ragazzo predestinato e di un uomo sfortunatissimo e coraggioso. Che Firenze ha da subito imparato ad amare.

Raccontare sensazioni e pensieri che sfiorano Firenze in queste ore, è compito arduo. In una sfida che soltanto Stefano Borgonovo poteva vincere. Sfida, perché tutta la vita di Stefano sembra viaggiare in equilibrio su questo fil rouge. Una sfida giocata costantemente all’attacco: in campo e soprattutto fuori.

Anche quando l’avversario da battere era quella terrificante malattia nota soltanto con un gelido acronimo: SLA. Dopo 5 anni dalla confessione pubblica più difficile e dolorosa, Borgonovo, la SLA, l’ha sconfitta davvero. Da attaccante nato: in direzione ostinata e contraria, avrebbe detto De Andrè. Lottando, ergendosi ad esempio per tutti.

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Per i fiorentini, pensare a Borgonovo significa tornare con la mente all’era dei Pontello, quando il calcio aveva ancora quei crismi di grande passione, semplicità, divertimento e forte identificazione.

Lontano anni luce dal business ultra-milionario e dal circo mediatico che oggi fagocita gossip, creste ossigenate, scarpe fuxia, tatuaggi, sponsor, wag, veline e cifre fuori controllo. Era un’altra epoca, quella di Borgonovo. Più povera e più poetica, come un testo degli Smiths di Morrissey.

Erano i lanci di Dunga. Erano i battibecchi con Lacatus. Era l’indimenticata B2: Baggio-Borgonovo, due che facevano parlare il pallone dandogli sempre del “tu”. Una coppia in punta di fioretto in un calcio spesso muscolare; una coppia dall’intesa e dal talento innato. La B2 e i 30 gol equamente divisi nella stagione ’88/’89.

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Il gol alla Juventus degli Agnelli all’ultimo respiro di gioco, e quella corsa sotto la Fiesole. Gli assist di Roberto, i guizzi di Stefano. I dribbling del divin codino, la rapidità e i tocchi letali di Borgogol. Rarissimo caso di professionista esemplare: un anti-divo, esempio di talento dentro e fuori dal campo.

E poi gli anni in giro per l’Italia e l’idea concreta di diventare allenatore. E improvvisamente la malattia: la stronza. Come la chiamava Stefano, commovendo i fiorentini. Sarebbe forse inutile, forse retorico prolungarsi oltre, ma Firenze – in queste ore più che mai – porterà sempre con sé una data: 8 Ottobre 2008.

Al Franchi si gioca un Fiorentina-Milan speciale: da Van Basten a Maldini, da Antognoni a Mazinho. Tutti sul prato del Franchi per il campione che entrerà in campo accompagnato dall’inseparabile famiglia e dal partner offensivo di sempre, Roberto Baggio.

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Quella sera, Firenze si emozionò. Quella sera si sancì molto più che un legame affettivo. Quella sera di inizio autunno, Firenze realizzò la lezione più preziosa. Quella che oggi – per mano della Fiesole – è tatuata sulle cancellate attorno all’Artemio Franchi: chi vive lottando, non muore mai. Anche questa sfida è vinta: oggi più che mai. Ciao, Stefano. E grazie infinite.

Credits photo: wikipedia; fondazionebstefanoorgonovo.it; opencormons.blogspot.it