Alluvione di Firenze: 3 cose da non dimenticare

Chi non ha mai sentito i racconti sull’alluvione di Firenze? Canzoni, film e storie di famiglia lo ricordano. Ecco 3 aspetti che non vanno assolutamente dimenticati della tragedia del 4 novembre 1966.

Ore 02.30 di notte: l’Arno rompe gli argini, Gavinana e Oltrarno allagate. Ore 05:00: gli orafi di Ponte Vecchio (gli unici ad essere avvertiti) mettono in salvo i preziosi. Ore 06.40: l’Arno si abbatte sulla Biblioteca Nazionale e si prende Santa Croce.

Ore 12:00: l’acqua è alta sei metri, il centro è ormai un fiume di fango, il Sindaco Bargellini chiede aiuto al governo.

Questa la fredda cronaca di un disastro che tutti ricordano, quarantasei anni dopo ecco tre cose che non vanno dimenticate della grande alluvione di Firenze.

L’alluvione di Firenze del 1966 non fu la peggiore

Non fu la prima. Anzi, la prima documentata, quella del 1333, è considerata dagli storici ancor più tragica. L’acqua, benché meno abbondante di quella del ’66, distrusse tutti i ponti tra cui anche Ponte Vecchio, ricostruito come lo conosciamo oggi dodici anni dopo. Dal 1300 ad oggi se ne contano altre tre catastrofiche compresa quella del 4 novembre: l’esondazione del 13 settembre 1557 e quella del 3 novembre 1844.

Nel diciannovesimo secolo, l’allora Granduca Leopoldo II si impegnò personalmente nelle operazioni di aiuto: Palazzo Pitti diventò per alcuni giorni un ricovero per sfollati. Novembre resta dunque il mese nero per le alluvioni a Firenze.

Gli Angeli del Fango: “aiuto” in una babele di lingue

Gli angeli del fango arrivarono da tutta Italia e dal mondo intero. Il centro, nei giorni seguenti al dramma, era una babele di lingue.

angeli del fango

Dopo il Vajont fu quella la tragedia che più colpi la penisola ma, a differenza di questa, la mobilitazione giovanile fu enorme. Gente da ogni parte accorreva per difendere qualcosa che sentiva proprio.

Gli angeli del fango scavavano coi badili, spazzavano con le granate; c’era chi, a mani nude, salvava vite e opere d’arte caricandole su carriole stipate di paglia e legna.

Lunghissime processioni di ragazzi, catene di giovani che si passavano l’un l’altro un crocifisso di Cimabue altrimenti che un quadro degli Uffizi. L’aiuto, in quei giorni, ebbe carattere universale. Tutta questa esperienza è oggi custodita nel sito dell’associazione.

Le targhe dell’alluvione per non dimenticare

Cosa rimane oggi dell’alluvione? Oltre alle vite umane, oltre alle opere d’arte, resistono le targhe alle strade. Segno tangibile di ciò che è stato; istantanea, anche crudele, di fin dove l’acqua si spinse in quella livida mattina del 4 novembre. In Via San Remigio ce ne sono due, trait d’union tra due epoche: in basso quella dell’esondazione del 1333, un metro più in alto quella del ’66.

Anche in Santa Croce come sulla facciata di San Niccolò due targhe ricordano i due eventi catastrofici: sotto quella del 1557, sopra quella di quarantasei anni fa.

alluvione di firenze targhe

C’è poi la tipica ironia fiorentina. Quella del Perozzi di “Amici Miei” o di Marasco ne ”L’Alluvione”. Per non dimenticare l’alluvione di Firenze basta dunque guardarsi un film, ascoltarsi una canzone e magari farsi un giro in centro, indugiando davanti alle targhe sulle vie e ricordare quel giorno, tragico, di ormai quasi cinquant’anni fa.

Angeli del fango

Credits Image: Archivio Fotografico Angeli del Fango