Omaggio a Isabella Blow. Cinque anni dopo la sua tragica scomparsa

Mentore di Alexander McQueen, musa di Philp Treacy, fashion director per Tatler. Collabora con Steven Meisel e per qualche tempo con Vogue America, anche al fianco di Anna Wintour.

Questo e tanto altro è Isabella Blow, icona eccentrica che ricordiamo a cinque anni esatti dalla sua morte suicida, il 7 maggio del 2007.

“If you don’t wear lipstick, I can’t talk with you”. Una minaccia, o forse un consiglio che racchiude in sé un fermo e dispotico diktat che sottende invero uno spirito lieve ed agevolmente frangibile.

Comunque lo si voglia leggere, si tratta sicuramente di un’eccellente sintesi della personalità della Blow. La durezza che si mescola alla fragilità. Quale altra dicotomia può essere più mainstream di questa, quando si parla di artisti visonari? C’è sempre contrasto, scontro, tra personalità disparate, una linea non netta, fluttuante,  che mescola le carte in tavola.

La creatività raggiunge picchi eccelsi, si alimenta del disordine e del subbuglio, mentre la vita personale ed interiore cade inesorabilmente infondo al baratro. “Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante” scriveva Nietzsche.

Isabella, inglese, si trasferisce a New York nel 1979. Studia per qualche anno alla Columbia University per poi sbarcare in Texas dove lavorerà per Guy Laroche.  Di nuovo a New York come assistente di Anna Wintour e successivamente di Andre Leon Talley, oggi editor-at-large di Vogue US.

Un nuovo spostamento, questa volta verso Londra e un nuovo matrimonio. Philip Treacy disegna il copricapo che farà da protagonista alle nozze della Blow e che lei stessa indosserà. Questo segna l’inizio del grande connubio tra i due che raggiungerà l’apice con la mostra tenutasi al London Design Museum a loro dedicata,“When Philip met Isabella

Gli immaginifici cappelli di Treacy diventano ben presto tratto distintivo dei suggestivi look di Isabella che dice di indossarli per ragioni pratiche, oltre che estetiche. “Per tenere chiunque lontano da me la gente dice: posso baciarti? E io rispondo no, grazie mille. Non voglio farmi baciare da chiunque, ma soltanto dalle persone che amo”.

A lei dobbiamo il merito di aver scoperto lo stilista Alexander McQueen, scomparso (anch’esso suicida) due anni or sono.

Acquistò l’intera sua collezione alla sfilata di fine corso della Saint Martin, pagandola 5,000 sterline. Il designer, subito dopo la perdita di Isabella, le dedicò un’intero fashion show, “La Dame bleue”, primavera-estate 2008, rimasta impressa nell’immaginario comune per i segmenti di luce blu che, giocando rapidi, creavano delle ali al di sotto delle quali sbucavano fulminee le modelle.

Infertilità, disturbo bipolare, elettroshock  e depressione sono l’altra faccia della stessa medaglia. Così come i suicidi, tentati plurime volte fino a quella fatale, quel giorno del 2007.

Da allora, una dopo l’altra scorrono le commemorazioni, gli eventi in suo onore, le biografie, le pièces teatrali e un biopic annunciato. Una storia e un talento troppo imponente per essere dimenticato.

 

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