Tutto iniziò su un autobus in piazza San Marco. Intervista a Giorgio Albertazzi

Ama Firenze, ma prima di tutto si sente fiesolano. Di Firenze ricorda i fasti del passato e un incontro fortuito sul bus che lo portò dritto sul palco. Intervista a Giorgio Albertazzi.

Una memoria di ferro. Nella sua mente è rimasta impressa addirittura la sua prima battuta. Quella che recitò durante il suo provino a Settignano, per uno spettacolo che sarebbe diventato l’inizio di una lunga carriera.

Giorgio Albertazzi, fiesolano di nascita, 90 anni quasi compiuti, ci racconta l’inizio della sua avventura teatrale.

Tutta colpa di un incontro fortuito sull’autobus

Sì, è vero. Prendevo l’autobus in piazza San Marco per tornare a casa. Erano gli anni Quaranta. Lì incontrai Noris Miniati, che era la consulente culturale di un gruppo amatoriale del teatrino di Settignano .

Mi chiese: “Vuoi recitare?”, io risposi di sì e fissammo un provino per una commedia di Athos Ori. Che bella ragazza era Noris, era più grande di me. Avrei fatto qualsiasi cosa per lei, tanto era bella.

Giorgio Albertazzi, Intervista

E come andò?

Signora marchesa, c’è l’ambasciatore del Perù che vorrebbe essere ricevuto:  è una frase che ha segnato la mia esistenza.  Durante il provino i miei amici recitarono con accento fiorentino. Io dissi la battuta imitando i doppiatori. Il regista, un ragioniere grassottello, bloccò tutto ed esclamò: “Fermi tutto qui c’è un attore vero”.

Di tempo ne è passato: da settant’anni è sul palco

La pensione per un artista non esiste. Un artista vive perché c’è una pulsione dentro di lui che lo spinge a imbrattare le tele, a schiaffare le mani sul pianoforte, a stare in scena. Una spinta che continua fino all’ultimo respiro. Non  per niente tutti gli attori desiderano morire in scena.

Giorgio Albertazzi con Bianca Toccafondi

Si definisce un fuggiasco da Firenze

Sì, sono un fuggiasco. Secondo me neanche tanto amato dai fiorentini. Io amo Firenze, è fin troppo facile dirlo. È la mia città, anche se – in realtà –  mi considero un fiorentino del contado. Sono nato a San Martino a Mensola, sono fiesolano e vedo Firenze da questo punto di vista. Non amo però la canzone La porti un bacione a Firenze di Odoardo Spadaro.

Perché?

La nostra cittadina graziosa e sì carina, la ci ha tant’anni eppure la un n’invecchia mai, canta. Ma Firenze non è una cittadina, è un centro di assoluto valore. È un luogo in cui c’è stata una concentrazione di arte e di poesia come in nessun altra città del pianeta.

Giorgio Albertazzi, Giulio Cesare

E Firenze oggi?

C’è stato un periodo di appannamento, basti pensare al teatro alla Pergola: in passato era un luogo dove si arrivava perché il giudizio di Firenze era importante teatralmente. Poi c’è stato qualcosa. Si è guardato indietro e non avanti. Rimane però la bellezza unica di Firenze.

Cosa ricorda della sua gioventù a Firenze?

San Marco, l’università, la curva Fiesole dello Stadio dove andavo a vedere la Fiorentina, Maiano, la Capponcina di D’Annunzio. E poi Villa I Tatti del grande critico Bernard Berenson: abitavo nella dependance perché mio nonno lavorava come mastro muratore per i Berenson.

Il consiglio di Giorgio Albertazzi ai giovani attori

Ci sono le tecniche del recitare, ossia “citare cose di altri”, e poi l’essenza della recitazione. La vera arte del teatro non è dire parole d’altri, ma dire le proprie parole. È necessaria un’operazione alchemica per far diventare le frasi altrui totalmente tue, per parlare in prima persona.

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