Una zingarata lunga 37 anni. Ricordando Amici miei

Il 15 Agosto 1975 usciva nelle sale Amici miei, una delle più grandi commedie all’italiana. Ancora oggi simbolo indiscusso di una comicità amara e malinconica.

Cinque amici, una città e nessuna voglia di prendersi sul serio. Uomini sulla cinquantina che si ostinano a coltivare il gusto tutto toscano di burle fantasiose e crudeli: canzonare vigili urbani, prendere a schiaffi i viaggiatori affacciati al finestrino del treno, beffare vecchi pensionati spilorci.

Questa la loro ricetta per esorcizzare la paura della vita e della morte, un modo (quasi) infallibile per rinvigorire lo spirito goliardico tipico della giovinezza, arrestando a colpi di cinismo lo scorrere del tempo.

Muovendosi in continue zingarate e supercazzole prematurate, sempre persi nella vana speranza che la morte si dimentichi di venirli a cercare.

Questo e molto altro rappresenta Amici miei, uno dei grandi film del maestro Mario Monicelli, acuto e disincantato osservatore della realtà italiana, un mondo che, come pochi altri, ha saputo immortalare con fine ironia. 

Il giornalista Giorgio Perozzi (Philippe Noiret), il Conte Mascetti, nobile decaduto (un indimenticabile Ugo Tognazzi), il chirurgo Sassaroli (Adolfo Celi), il barista Necchi (Duilio Del Prete) e l’architetto Melandri (Gastone Moschin), altro non sono che uno spaccato di quella società insoddisfatta di se stessa, che teme per il proprio futuro, capace solo di esorcizzarlo con disimpegno e risate.

Tutti i personaggi altro non sono che differenti declinazioni della “vecchia imbellettata” di pirandelliana memoria. Così come la figura tratteggiata dallo scrittore siciliano, anche il quintetto di Monicelli suscita all’apparenza risate e divertimento, quando in realtà dietro le loro continue beffe si cela tutto il dramma dell’esistenza umana.

Di chi non accetta la vecchiaia per aggrapparsi pateticamente al bene effimero della giovinezza. 

Un riso sostanzialmente amaro quindi, dove la risata  in realtà non vince mai, poiché sempre smorzata da riflessioni malinconiche. Sprigionando così tutta l’amarezza degli Anni di Piombo che, seppur tenuti lontani a livello visivo, aleggiano come fantasmi per tutto il film.

Amici miei è una pellicola che racconta in chiave burlesca la fine delle illusioni, quelle su cui era stata costruita l’Italia del boom economico, pian piano spazzata via, lasciando il posto ad un futuro incerto e pericoloso. Dove l’unica cosa che resta da fare è riderci su. Sempre imbevuti di libertà, estro e desiderio.

Noi continuiamo a farlo, ormai da 37 anni, ricordando e imitando le scarruffate avventure di questo gruppo di amici. Vivendo insieme a loro quelle giornate spensierate che solo la gioventù sa dare.

Belle, libere e stupide. “Come quando s’era ragazzi”. 

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