Ricordando Stanley Kubrick. Di professione regista

Il 26 Luglio 1928 nasceva uno dei più grandi registi del Novecento. Un artista che ha reinventato i generi, rivoluzionato le tecnologie e girato quasi esclusivamente capolavori.

Riservato, fobico, misantropo, imperturbabile, ma anche estroverso, sereno e affettuoso con pochi intimi. Stanley Kubrick, di professione regista con un passato da fotografo, newyorkese di nascita ma che scelse l’Inghilterra come vero luogo d’appartenenza.

Un titano nel vero senso del termine, un gigante della settima arte, della quale sembrava sorreggere da solo l’intera volta, forse l’unico ad aver saputo individuare l’esatto peso specifico del nulla in movimento. Trasformandolo in grande cinema.

Meticoloso inventore di tecniche rivoluzionarie – ricordiamo gli obiettivi che si fece appositamente costruire per Barry Lyndon (1975), girato con luce naturale, oppure la sperimentazione della steadycam in Shining (1980) – Kubrick ha percorso il cinema da narratore solitario, anticipando suggestioni e idee che sarebbero venute almeno 50 anni dopo.

Visionarie e armoniose, simmetriche e perfette, le sue inquadrature sono l’esempio del cinema che si offre nella sua forma più alta, dove nella messa in scena assolutamente nulla veniva lasciato al caso.

Un artigiano della celluloide dunque, pignolo e maniacale, che ha saputo utilizzare i grandi generi sempre per parlare di qualcos’altro.

Tredici film, tredici capolavori più o meno riusciti. Pellicole insuperabili, che offrono una visione disincantata e pessimista del genere umano, il cui comune denominatore, come lui stesso dichiarò, potrebbe essere «una riflessione riguardante l’uomo del  XX secolo, gettato su una barca senza timoniere, in un mare sconosciuto».

Dalla pessimismo di Rapina a mano armata (1956), alla parabola ribelle di Spartacus (1960), dall’apologia dell’amore estremo e pericoloso in Lolita (1962), al cupo e anti militarista Full Metal Jacket (1987), dall’ultraviolenza etica di Arancia meccanica (1971), sino alle ossessioni sessuali e borghesi di Eyes Wide Shut (1999), Kubrick è andato al cuore dell’uomo e della sua evoluzione, esibendone i lati più nascosti e assoluti.

Mostrandoci, con largo anticipo nei tempi, questa impalpabile modernità in cui oggi viviamo.

Il suo tema portante è l’ossessione, di forza e debolezza, di autorità e sottomissione, della potenza e dell’assoggettamento, della follia atomica e del militarismo, del rapporto tra visione e scrittura, tra lo spazio e il tempo, di cui il monolito nero di 2001: Odissea nello spazio (1968) rimane ancora oggi un simbolo concreto.

Una carriera impeccabile dunque, complessa e difficile da definire, una maestria che pochi altri possono vantare, quella di chi ha saputo scavare a fondo nell’animo umano. Per poi raggiungere vasti e sconfinati orizzonti di gloria.

Stanley Kubrick – La frase celebre

«Se può essere scritto o pensato, può essere filmato».

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