Non ci resta che ridere. La commedia toscana in 7 film

Dissacrante, provocatoria e talvolta amara. Vi raccontiamo la commedia toscana in 7 pellicole. Sette storie che parlano di comicità, quella con il paradiso negli occhi e l’inferno in bocca.

Amici miei, 1975

A pochi giorni dall’anniversario della prima uscita nelle sale, ricordiamo nuovamente uno dei capolavori del Maestro Monicelli. Un gruppo di amici, Firenze e nessuna voglia di prendersi sul serio. Il tutto scandito da burle fantasiose e crudeli, in puro stile toscano, una tradizione che parte da Boccaccio e finisce alla stazione dei treni di Santa Maria Novella. 

Una commedia dal retrogusto amaro, dove la beffa diviene un vano tentativo di evasione dalle responsabilità della vita e la paura della morte. Per sconfiggere e rimandare la fine della vita, sempre troppo prematurata.

Scena memorabile

Quando il quintetto si reca alla stazione centrale di Firenze per schiaffeggiare i viaggiatori in partenza. Reinterpretata anche da Fantozzi, ma con un esito decisamente diverso.

Ad ovest di Paperino, 1982

In principio erano i Giancattivi, il trio comico toscano composto dalle storiche presenze di Alessandro Benvenuti, Athina Cenci e più avanti Francesco Nuti. Il cabaret televisivo arriva così sul grande schermo, con la regia dello stesso Benvenuti che per l’esordio dietro la macchina da presa sceglie di trasporre il suo libro I principi piccioni.

Paradosso, surrealismo e totale non-sense rappresentano gli elementi che scandiscono la giornata di tre giovani squattrinati, lanciati in direzione ovest rispetto a Paperino (una frazione di Prato) per poi essere coinvolti in avventure improbabili e prive di ogni logica.

Un esempio di comicità toscana dai canoni beckettiani e un gusto squisitamente surreale. Dopo questo film, nel 1984 Francesco Nuti si avvierà verso una brillante carriera solista, regalandoci pellicole altrettanto indimenticabili.

Scena memorabile

Francesco Nuti si reca in edicola per acquistare Tuttosport. Ad attenderlo trova nel chiosco Benvenuti e l’edicolante occupati a tirare cocaina stesa sulla rivista Famiglia Cristiana. La sua semplice richiesta sfocerà, manco a dirlo, in un vero dialogo dell’assurdo.

Benvenuti in casa Gori, 1990

Il pranzo natalizio di una famiglia toscana che si trasforma in un esilarante gioco al massacro. Ogni portata, dai crostini coi fegatelli al dolce, corrisponde ad una rivelazione su uno dei commensali, sempre seguendo la ferrea legge dei “parenti serpenti”.

Tratto dalla commedia omonima di Ugo Chiti e Alessandro Benvenuti, Benvenuti in casa Gori dipinge la toscanità più feroce e aggressiva, quella che non lascia mai niente al non detto e non conosce limiti verbali. Trasformandosi in un attacco in piena regola alle convenzioni sociali e familiari. Indimenticabile Novello Novelli nel ruolo del patriarca Annibale.

Scena memorabile

La rivelazione della gravidanza di Cinzia, interpretata da Barbara Enrichi, e l’esperienza lisergica di Danilo (Massimo Ceccherini) sotto acido davanti all’intera famiglia.

Berlinguer ti voglio bene, 1977

Un vero film – culto, condannato all’insuccesso nei botteghini per via della censura ma non per questo dimenticato negli anni a venire. Una pellicola travolgente, dalla virulenza comica e dall’animo scanzonato, tutta imperniata sulla presenza di Roberto Benigni, qui interprete di quella comicità becera e sincera che lo portò al successo.

Le (dis)avventure di Mario Cioni, ragazzo sempliciotto di campagna, appartenente a quella razza “che è delle più strane”, destinata ad un futuro d’immobilità sociale e fisica, dove si nasce bruchi e si muore nel nostro bozzo.

La vis comica, qui portata spesso agli estremi, tratteggia l’Italia degli anni di Piombo, fatta di case del popolo e politica, operai e libertà sessuale. Sempre nell’attesa di una Rivoluzione che in realtà non sarebbe mai arrivata.

Scena memorabile

Lo sproloquio del povero Mario Cioni, in preda al delirio e alla blasfemia dopo aver ricevuto la notizia (falsa) della morte della madre.

I laureati, 1995

Film d’esordio di Leonardo Pieraccioni, I laureati racconta le vicissitudini di 4 studenti fuori corso nella città di Firenze, affetti senza rimedio da un’incontrollabile sindrome di Peter Pan.

Apripista e unico interprete dei cinepanettoni alla toscana, Pieraccioni inaugura una comicità che molto deve a quella dei suoi predecessori, qui declinata e votata al totale disimpegno. Un film godibile che fu un inaspettato successo al botteghino.

Scena memorabile

La fuga goliardica dei quattro protagonisti per non pagare il conto al ristorante.

Non ci resta che piangere, 1984

Quando la comicità toscana incontra quella del Sud. Due artisti con la “a” maiuscola, due mattatori assoluti, ciascuno portatore della propria unicità. Roberto Benigni e Massimo Troisi, il clown e l’Augusto, il toscanaccio e il partenopeo, qui autori, attori e registi di una delle commedie più brillanti di tutto il nostro cinema.

Un maestro elementare e un bidello durante un viaggio in macchina si ritrovano catapultati nel 1492 in un paesino della Toscana. Decidono allora di fermare la spedizione di Cristoforo Colombo, senza riuscirvi.

Da questa coppia eterogenea ma perfettamente assortita nasce così una comicità ricca ed esilarante che, ancora oggi, sembra non invecchiare mai.

Scena memorabile

La lettera a Savonarola, omaggio dichiarato a Totò e Peppino, scritta per salvare il frate domenicano dal rogo.

Ovosodo, 1997

Un cult giovanile degli anni ’90, leggero, divertente e che tocca il cuore. Paolo Virzì firma questa commedia tutta labronica, ambientata nel rione popolare Ovosodo di Livorno. Al centro della vicenda la storia di Piero, nato e cresciuto in questo quartiere e nel quale sembra destinato a rimanere per sempre.

Un film che parla di crescita e formazione, di divario sociale e ingiustizie, ma anche e soprattutto delle piccole gioie che la vita ci riserva. Nonostante i malumori e le delusioni, quella specie di ovo sodo dentro, che in certe giornate sembra non andare né in su né in giù.

Scena memorabile

Il primo giorno di scuola di Piero, dove nel ricordo ci illustra i personaggi sui generis che abitano nel quartiere di Ovosodo, tra cui l’idolo Wyoming, così soprannominato per via di una delle parole che sapeva pronunciare ruttando.

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