John Belushi, un mito tumultuoso. Omaggio a 30 anni dalla morte

La notte del 5 Marzo 1982, se ne andava tragicamente una figura destinata a segnare l’immaginario collettivo di molte generazioni a seguire: John Belushi.

All’anagrafe John Adam Belushi, nato per caso o per destino, nella città del Blues: Chicago. E morto violentemente nella città dei Sogni (infranti), Los Angeles. A 33 anni: fra siringhe di speed, sbornie distruttive, bottiglie vuote di Jack Daniel’s, groupies e lancinante solitudine interiore. Inghiottito dalla parte oscura di sé e del mondo che lo circondava.

Se è esistito un attore che ha preso per mano la scena comica a stelle e strisce, scuotendola con l’effetto e la veemenza di un elettroshock, quello è stato John Belushi. Un elemento fuori controllo su qualsiasi palcoscenico, un talento smisurato per qualsiasi paragone, un’icona destinata alla leggenda per qualsiasi persona ammiri il Talento.

In tempi in cui il cinema hollywoodiano esauriva la spinta propulsiva e creativa della scena indipendente, nata con pellicole come Il Laureato e Easy Rider, e metaforicamente arrivata al crepuscolo con l’opera-omnia Apocalypse Now, questo sboccato, ruvido, scatenato e affamato attore proiettava il cinema verso nuove forme e orizzonti: direttamente negli anni ’80.

Difficile immaginare una storia più ”americana” della sua. Quasi un archetipo: racchiudendo umili origini albanesi, infanzia ai margini di un gigantesco agglomerato urbano e una fame atavica di vita; coltivata attraverso tre passioni enormi: Teatro, Musica e Sport. Tradotto: comicità, blues e football. Le pietre miliari di una vita al limite, senza l’ombra del compromesso.

Come Marilyn rappresenta – tutt’ora – l’icona glam del ‘900, Belushi raffigura la sua nemesi: l’icona trasandata, maleducata e intelligentissima di un nichilismo assetato di vita e intriso di anti-conformismo. In tempi prematuri, votati ad un edonismo telegenico.

Ubriacando di vita e gioia tutto ciò che lo circondava, ma non se stesso: Re Mida di quella dannata commedia che è la vita (umana). Per questo, amatissimo. Regalando memorabili esibizioni fra il grottesco, lo sconvolgente ed il sensazionale.

Lanciando definitivamente lo show televisivo più famoso al mondo – il Saturday Night Live – con comparsate eccessive, sfrenate e semplicemente irresistibili; accompagnato dalla spalla di sempre: Dan Aykroyd. Tanto irrefrenabile, scomposto, quasi sgradevole l’uno, quanto imperturbabile, elegante e rassicurante l’altro. Un’alchimia classica, un prototipo imitatissimo.

Eppure per Belushi parla una carriera tutt’altro che scintillante e fatta di passaggi sul red carpet: tossicodipendenza, alcolismo, pulsioni (auto)distruttive e casini con l’establishment dello star system hollywoodiano. Fracassando – al di qua del set – le certezze costruite sul filo di un talento unico.

Tanto impareggiabile nelle scene (spesso improvvisate) dei film-cult del genio John Landis, quanto fragile, convulso e inadeguato nelle passerelle della vita ”reale”. Uno show dal finale tragico, come nelle tragedie elisabettiane: senza possibilità di scampo al destino (scritto) del proprio character.

Ma se ancora oggi esistono due film – Animal House e Blues Brothers – che continuano a essere venerati, imitati e perfino ascoltati da milioni di fan sparsi nel mondo, lo si deve a questo piccolo, grande attore di provincia. Samurai della buffoneria e della recitazione, burrascoso e dolente anarchico della vita privata.

C’è chi lo ha etichettato come un perdente di successo; in una società che ha smarrito quasi ogni riferimento, pare assurdo. Meno assurdo è ciò che rimane di Bluto, Jake e John oggi: il ricordo impresso su pellicola di un talento cristallino, irripetibile nelle forme e nelle espressioni. Con un’anima profonda: blues.

E magari tutt’ora accigliato, inseguito da improbabili nazisti e dall’intera polizia dell’Illinois pure altrove…

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