Film di carta. Le migliori trasposizioni cinematografiche di sempre

Non sempre il passaggio dalla penna alla pellicola è indolore.

Ci sono dei casi però in cui la settima arte riesce a tradurre il linguaggio letterario, con risultati che possono essere grandiosi. Ecco i migliori secondo noi.

Agente 007 – Missione Goldfinger (1964)

Azione, tecnologie futuribili, ammiccamenti sexy e sottile umorismo. Quando Ian Fleming, creatore di James Bond, iniziò a scrivere i suoi romanzi tonificandoli con questi ingredienti, certo non escluse la possibilità di trasferirli sul grande schermo. Nel 1964 fu la volta di Agente 007 – Missione Goldfinger, terzo capitolo della saga bondiana e quello che più di ogni altro ha consacrato il mito dell’ineffabile Sean Connery. La leggenda dell’agente segreto più famoso e amato della storia del cinema – qui per la prima volta a bordo della mitica Aston Martin DB4 – l’unico in grado di emergere dal mare come un dio greco, per poi esibire sotto la muta uno smoking perfettamente stirato.

 

Arancia meccanica (1971)

“Le avventure di un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultra-violenza e Beethoven“. Così recita lapidariamente la tag-line di questo capolavoro senza età. La storia di Alex DeLarge, abiti bianchi, bombetta scura, ciglia finte e sadismo sconfinato. Una delle icone più gigantesche della cinematografia mondiale, messa in scena dall’inimitabile tecnica espressiva di Stanley Kubrick a partire dalla distopia visionaria di Anthony Burgess. Il risultato è una crudele parabola sul libero arbitrio, un tragitto etico compiuto con totale e disarmante onestà. Un andamento inebriato di latte+, che prosegue sulle note del vecchio Ludovico Van, ponendo ancora oggi fondamentali interrogativi. Ma senza fare sconti sul comune senso del pudore.

 

Blade Runner (1982)

Anno 2019, le piogge acide hanno oscurato per sempre il cielo di Los Angeles. Al crogiolo disperato della megalopoli si aggiunge una specie nuova e temutissima: i replicanti. Creature umanoidi che vivono nel terrore, colpevoli di essersi ribellate alla schiavitù imposta dai loro creatori. Deckard, cacciatore di taglie, è incaricato di ritirare dal mercato queste macchine dotate di forza e intelligenza, ma non del diritto a sopravvivere per più di quattro anni. Ridley Scott porta sul grande schermo le pagine di Philip K. Dick, e la fantascienza sposa felicemente il noir. Dando vita ad un classico intramontabile. Che, ne siamo certi, mai potrà perdersi come lacrime nella pioggia.

 

Colazione da Tiffany (1961)

Dall’omonimo romanzo di Truman Capote, il regista Blake Edwards, maestro della commedia brillante, trae una pellicola dal côté raffinatissimo senza scivolare nello snob, aprendosi volentieri ai momenti satirici e soprattutto sentimentali, per poi chiudersi con un immancabile happy ending dal sapore un po’ malinconico. L’immagine di Audrey Hepburn che divora il croissant davanti alla vetrina di Tiffany è a dir poco iconica.

 

Dracula di Bram Stoker (1992)

Dracula, nato dalla penna di Bram Stoker nel 1897, è un personaggio con cui la cinematografia di ogni tempo ha scelto di confrontarsi. Un filone che venne inaugurato da Tod Browning nel 1931, vantando oggi una pletora di seguiti, nonché prestigiosi precursori come Nosferatu (1922) di Friedrich Murnau. Vero signore della notte, il vampiro scivola fuori dalla tomba, sua oscura dimora, seminando terrore, pestilenza, morte. Una leggenda agghiacciante, che Coppola riprende secondo i suoi più classici stilemi: lo sguardo ipnotico, i denti aguzzi, la cappa nera a suggello di un’austera eleganza, erano e restano tutt’oggi i caratteri inconfondibili del non-morto per antonomasia.

 

Eyes Wide Shut (1999)

L’ultimo film di Kubrick rappresenta uno degli adattamenti più geniali mai realizzati. Seguendo il suo mantra in base al quale “se può essere scritto, o pensato, può essere filmato”, il cineasta impugna Doppio sogno di Arthur Schnitzler (1926), realizzando una delle sue pellicole più ambiziose. Dalla Vienna di inizio secolo ci ritroviamo così nella New York degli anni ’90, attraversando il funambolico percorso mentale di una coppia borghese. Una visione sublime sulla morale e le sue contraddizioni intrinseche, da osservare con occhi spalancati e chiusi. A riprova di come “nessun sogno sia mai soltanto un sogno”.

 

Fahrenheit 451 (1966)

Cinema come vita, ma anche come letteratura. La fantascienza del romanzo di Ray Bradbury (1953) attraverso la resa di François Truffaut si trasforma in un’atroce quotidianità per niente lontana. Nessuna tecnologia avanzata, nessuna ambientazione futuristica: Fahrenheit 451 è filtrato dall’occhio della Nouvelle Vague, mutandosi in un presente algido e minaccioso. La storia del pompiere Montag e di una società che brucia i libri in favore del banalissimo e feroce schermo televisivo ci viene mostrata così com’è, senza troppi effetti speciali. A dimostrazione di come “gli anni della Fenice” potrebbero non essere così distanti.

 

Fight Club (1999)

La folle trama del contemporaneo Chuck Palahniuk diretta dal regista cult David Fincher. Una bruciante critica rivolta all’american way of life, un ethos vacuo, stolto e consumistico. In cui l’unica valvola di sfogo sembra essere l’assidua frequentazione di gruppi di sostegno. Ecco allora una soluzione estrema, l’unica che potrebbe salvare il protagonista dall’insostenibile tedio: fondare un fight club, dove tutto è permesso. Dove il sangue, i denti rotti e le ferite profonde potranno riportarlo a nuova vita. Fino alle estreme conseguenze.

 

Harry Potter (2001-2011)

La celebre saga di Harry Potter rappresenta uno dei casi editoriali degli anni ’90. La scrittrice J. K. Rowling con le avventure del maghetto di Hogwarts ha rilanciato con forza il genere fantasy, infondendogli nuova linfa. Un fenomeno di costume per il quale parlano i numeri: 480 milioni di copie vendute, tradotto in più di 64 lingue e trasposto in ben 8 film. A testimonianza dello sconfinato potere della fantasia e dell’immaginazione.

 

L.A. Confidential (1997)

Nella città degli angeli dei 50’s tre agenti di polizia si dividono tra corruzione, sesso, violenza e potere. Curtis Hanson crea un neo-noir dal fascino ammaliante, amaro e irrimediabilmente pessimista come il libro di James Ellroy da cui è stato tratto. Ossessionato dai fantasmi di un’infanzia disastrata e dall’insoluto omicidio della madre, Ellroy si configura come uno dei maggiori esponenti contemporanei dello stile noir, descrivendo con perizia un mondo alla deriva, ottenebrato da un cupo romanticismo. La resa cinematografica è quasi d’obbligo e il risultato più che scontato: un affresco d’epoca, suggestivo e imponente, dove il male si concretizza, divenendo pura carne.

La seconda parte dedicata alle migliori trasposizioni cinematografiche la trovate qui. Spettano infine menzioni di merito anche a: Alta fedeltà, American Psycho, Bande à part, Barry Lindon, Belli e dannati, Cabaret, Casinò, Decameron, Duel, 2001: Odissea nello spazio, Il gattopardo, Il grande Gatsby, Hugo Cabret e Io non ho paura.

chevron_left
chevron_right