Contagion al cinema: La pandemia vista dagli occhi di Soderbergh

Se una volta usciti dal cinema avete paura di toccare chi vi sta accanto, vuol dire che avete appena visto un buon film e che l’effetto di psicosi che voleva creare è riuscito benissimo: è proprio il caso di Contagion, il nuovo film di Soderbergh.

Dopo l’aviaria e l’H1N1, un nuovo virus ha colpito il pianeta: la prima a lasciarci le penne è Gwyneth Paltrow, dopo un viaggio ad Hong Kong; da lì seguono altri milioni di infetti.

La trama è piuttosto semplice, ma ciò che rende efficace il film è proprio la paranoia che riesce ad innescare nello spettatore.

La struttura narrativa segue l’ordine cronologico degli eventi a partire dal giorno 2 della trasmissione del virus.

L’occhio della camera è obiettivo, documenta senza giudicare, è attento ai dettagli e, grazie ai suoi movimenti, riesce quasi a farci toccare i personaggi e gli oggetti; d’altra parte il film racconta una situazione in cui il contatto è centrale, in cui può essere letale anche solo una stretta di mano.

La pandemia viene descritta con un taglio realistico, attraverso vari personaggi, sia scienziati (Kate Winslet) che normali cittadini, come lo sfortunato Matt Damon. Se questi due percorsi risultano credibili e ben sviluppati, è invece piuttosto inverosimile la storia di Marion Cotillard, questa volta nei panni di una dottoressa che si reca ad Hon Kong per cercare di capire come si è evoluto il virus.

In conclusione il pregio del film è quello di unire il film apocalittico all’opera autoriale restituendo una pellicola alla portata di tutti, ma con qualche guizzo in più rispetto ai soliti “The day after tomorrow”.

 

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