Lovett e Codagnone. Site specific per il Museo Marino Marini

Al Museo Marino Marini il duo Lovett\Codagnone ha creato un lavoro ispirato al testo teatrale La vita di Galileo di Bertolt Brecht. Fino al 23 giugno.

Prorogata al 7 luglio

Una nuova installazione site specific per la cripta del Museo Marino Marini. Dopo il lavoro di Rob Johannesma, Alberto Salvadori direttore del Marini, deciso a valorizzare e far diventare questa porzione del museo un vero e proprio punto di riferimento per l’arte contemporanea a Firenze, chiama a misurarsi con questo spazio particolarissimo un duo: Lovett\Codagnone.

Coppia d’arte, formata nel 1995 dall’italiano Alessandro Codagnone e dall’americano John Lovett. Il duo, che lavora spaziando tra fotografia, performance, video e scultura ha creato per la cripta l’installazione La verità è figlia del tempo non dell’autorità// truth is born of the times, not of authority ispirata al testo di Brecht La vita di Galileo.

Un riferimento non casuale quello al teatro brechtiano dove lo spettatore non trova risposte ma è spinto a sviluppare un senso critico, così come i due artisti concepiscono il proprio lavoro, provando a stimolare reazioni più che a insegnare qualcosa.

E non è casuale nemmeno la scelta di ispirarsi, lavorando ad un site specific a Firenze, a un’opera che parla di Galileo, e in questa, al concetto di verità che non può essere nascosta, censurata, se non solo temporaneamente per imposizione, perché essendo figlia del tempo, si svelerà.

Misurarsi con lo spazio della cripta è una sfida intrigante e difficile allo stesso tempo perché nella sua essenzialità, questo luogo è molto ben definito con un’identità tutt’altro che semplice da affrontare.

E’ piuttosto interessante vedere come il duo si sia rapportato alla geometria della cripta dando l’impressione di aver capito bene cos’è uno spazio teatrale e come si manipola a proprio uso e consumo. Un’installazione dalla connotazione scenica ben studiata dove delle grosse matasse di filo spinato scandiscono i piani di profondità che paiono esistere solo dalla rete metallica in poi.

Da vedere, commentare, criticare, ma che non si dica più che in città non si vedono mai i fermenti dell’arte contemporanea internazionale.

 

 

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