Clet Abraham: non solo street artist

Il poliedrico artista, noto a tutti per la sua personale rilettura dei cartelli stradali, firma le scenografie del “Gianni Schicchi” di Alessandro Riccio. E per l’occasione lo abbiamo intervistato

Da street artist a scenografo: come avviene questo passaggio?

Avviene grazie al regista Alessandro Riccio (leggi la nostra intervista) che mi ha invitato a realizzare le scenografie per il suo Gianni Schicchi. E’ un lavoro che ho già praticato, realizzando un allestimento al teatro di Montecarlo e un recente intervento al teatro Valle di Roma. Il teatro è una cosa che mi intriga e non potevo tirarmi indietro.

Quali sono le differenze tra il palcoscenico teatrale e quello della strada?

La differenza risiede nella convenzionalità: andando a teatro si accettano determinate convenzioni, come avere un certo comportamento e pagare il biglietto per assistere ad uno spettacolo, che certo resta qualcosa di più vivo rispetto ad un film visto al cinema. La strada è una liberazione ulteriore: non si paga il biglietto, non ci si aspetta nulla e siamo totalmente liberi di intervenire e criticare. La differenza sta appunto nell’ufficialità che determinati luoghi possiedono o meno.

La street art è una produzione fortemente radicata sul territorio urbano. Qual è il tuo rapporto con Firenze?

Firenze è molto stimolante, perché da una parte promette grande ricchezza artistica, dall’altra non la mantiene, nel senso che è una città dal passato storico molto importante ma che al tempo stesso si rifiuta di evolvere. Non è un caso che io sia nato proprio qui come street artist: in questo suo tentativo di chiusura e di proteggersi continuamente Firenze ti provoca, spingendoti così a essere sempre più forte e presente.

Due elementi ricorrenti nelle tue opere sono la religione e l’uomo comune. In che rapporto stanno tra loro?

L’uomo contemporaneo necessita più che mai di spiritualità e intellettualismo e un tempo la religione era il veicolo principale di questa ricerca intellettuale; mentre però la società col tempo si è evoluta la Chiesa non lo ha fatto. La mia è una provocazione che cerca di mostrare questo distacco tra l’uomo comune, che rappresenta ognuno di noi con le nostre problematiche e interrogativi, e la Chiesa che invece è rimasta immobile.

Oscar Wilde sosteneva che l’arte non deve mai tentare di farsi popolare ma è il pubblico a dover divenire artistico. Cosa pensi di questa affermazione?

Io penso il contrario, perché il pubblico non deve niente all’artista. E’ piuttosto l’artista che deve riuscire  a creare il potenziale rapporto che potrebbe avere con il suo pubblico. Il pubblico è  quello che è: non è possibile pretendere che abbia aprioristicamente letto, studiato determinate nozioni. Deve essere l’artista a farlo crescere, cogliendo le sue problematiche e stimolare così la sua curiosità. In tal senso l’umorismo, che può essere applicato ad ogni forma d’arte, costituisce un mezzo fondamentale.

Parafrasando Majakovskij, secondo te l’arte è uno specchio che riflette il mondo oppure un martello per forgiarlo?

Penso entrambe le cose. L’arte deve essere collegata al quotidiano, al mondo circostante, si nutre di questa energia umana e poi, essendo qualcosa di più spirituale, si eleva su un piano ulteriore andando a costituire un faro per il mondo. La mia arte è un rivendicare il lato antagonista dell’intellettuale, che deve illuminare la società sulle sue problematiche e dubbi, indicando anche possibili soluzioni.

 

 

 

 

 

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