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Te la do io Firenze intervista gli Afterhours

In attesa del live di venerdì 22 giugno alla Cavea del Teatro dell’Opera, abbiamo scambiato qualche battuta con Giorgio Prette degli Afterhours.

Un’intervista – ad ampio raggio – per approfondire curiosità, impressioni e tematiche del recente ed apprezzatissimo disco della band milanese: Padania. Ultima fatica di una carriera ultra-ventennale, che li vede tutt’ora alfieri del panorama alternative-rock italiano.

Iniziamo dalla fine: Padania. L’ultimo album è un concept, che parlando di un (non) luogo, racconta lucidamente e a volte brutalmente l’Italia attuale. Come è nato il progetto-Padania?

 

”E’ nato proprio dal titolo, che è stato l’inizio di tutto. Abbiamo scelto questo titolo perchè con una sola parola si ottenevano più significati: quello territoriale, ma non territoriale, perchè la Padania non esiste, di fatto. E un po’ perchè la parola è brutta, fa quasi ribrezzo e quindi era anche provocatorio. E inoltre, perchè riusciva a riassumere il concetto emozionale che pervade il disco. Come dicevi, è un concept: emozionale.

Nel senso che non racconta una storia unica nell’arco dell’album, ma ha un comun denominatore: parla di una persona, che può essere chiunque di noi, che combatte battaglie quotidianamente in virtù d’un obiettivo di carriera, economico; ma che realizza di non saper più perchè combatte queste battaglie, perdendo totalmente la propria realizzazione. Come persona.”

Padania, parlando di luoghi e realtà vicine a voi regala un’istantanea, una radiografia di un’intera società ormai spersonalizzata. La fotografia finisce lì, o ci sono segnali d’altro tipo che cogliete guardandovi intorno?

 

”Certamente è una fotografia di questo periodo storico. Certo, la rabbia e la reazione che s’inizia a vedere nelle persone è una fonte di speranza: nel senso che quando si trova in difficoltà, la gente non deglutisce più le falsità, i falsi obiettivi e gli slogan facili. E lo stiamo vedendo proprio in questi ultimissimi mesi.”

L’ultimo lavoro è stato concepito dopo un viaggio on the road negli USA, che esperienza è stata? Ha influenzato la stesura del disco?

 

”Sì, questo vale per tutti i tour americani ed europei che abbiamo fatto nel corso degli ultimi anni. Per quanto riguarda il viaggio, era un on the road lungo la Route 66 che non aveva direttamente un contatto col pubblico, ma che ad ogni tappa incontrava personalità varie, rilevanti per ogni singola località. Comunque, questa esperienza non ha avuto un’influenza musicale sul disco; ma dal punto di vista attitudinale assolutamente sì. Oltre ad aprirti la mente, e cambiare approccio rispetto a quello che fai.”

Ascoltando Padania si ha la netta impressione che l’artista non si debba fermare alla mera composizione, ma farsi carico di un compito ulteriore: farsi voce di intere fette di realtà, escluse o dimenticate dai media. E’ una nuova mission per voi?

 

”Beh, sì, da un lato è un’esigenza e dall’altro è anche un compito occuparsi di certi temi rispetto alla fase che stiamo vivendo. Siamo una band di ultra-quarantenni, ci troviamo in una situazione in cui dare un nuovo senso al ruolo del musicista.

Avendo un audience e dei canali di comunicazione, nel nostro piccolo, sentiamo l’esigenza di usare questo spazio per far comunicazione ed informazione. Infatti, questo disco è rivolto verso l’esterno: racconta quello che abbiamo visto nelle persone. Non è più rivolto verso l’interno, come un tempo.”

Da oltre 25 anni siete sulle scene, diventando punto di riferimento assoluto nella galassia alternative-rock italiana. Come trovate la scena indie nostrana al momento: ci sono segnali di risveglio?

 

”Per noi la scena italiana sta bene. E’ molto ricca, variegata e con tantissime cose di qualità, e anzi, rispetto a quello che abbiamo visto all’estero in questi ultimi anni è decisamente meglio. Il problema, però, è sempre il solito: non c’è un riconoscimento da parte dei media generalisti; così diventa molto difficile e faticoso emergere: per riuscire a farlo ci vuole moltissimo tempo. E il tempo fa un’ulteriore selezione. Insomma, la scena c’è. Ed è valida. Ma non è sostenuta adeguatamente.

In chiusura, una curiosità in vista del concerto di Firenze: c’è un brano live a cui siete particolarmente legati?

 

”E’ difficile: non c’è un brano in particolare. Sono come tanti bambini della stessa famiglia. Diciamo che cambia a seconda dei periodi, ci sono pezzi che abbiamo voglia di suonare di più o meno. C’è abbastanza ricambio nei live, da questo punto di vista. E ci sarà anche venerdì.”

 

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