18 compositori di musica brasiliana raccontati da una fiorentina

Barbara Casini, la più grande interprete di musica brasiliana in Italia, rende omaggio ai compositori che l’hanno ispirata, andando a intervistarli a casa loro.

Da Gilberto Gil a Chico Buarque, l’artista ci regala il libro «Se tutto è musica», una raccolta di emozioni e aneddoti sui grandi musicisti del Brasile. Ecco cosa mi ha raccontato di questa esperienza.

Come nasce l’idea di questa raccolta d’interviste?

All’inizio ero un po’ restìa, non volevo seguire la moda che a un certo punto della carriera, si scrive un libro. Poi su stimolo del mio compagno Paolo Silvestri (musicista, compositore, arrangiatore, ndr) mi sono decisa.

Ho voluto instaurare un dialogo, m’interessava che queste persone si mettessero un po’ in gioco e a nudo, esclusivamente da un punto di vista musicale, escludendo quindi biografie e gossip. Un fuoco sulla musica e sulla “composizione”, l’atto creativo che poi porta a ciò che io interpreto. Il libro non è didattico, non è un’enciclopedia. C’è un mio vissuto che racconto all’inizio e alla fine di ogni intervista.

Che influenza ha avuto su di te la musicista Joyce Moreno?

Da molto giovane,  fu una folgorazione per me. L’ho vista a Firenze in concerto negli anni ’70. Una donna bella, brava a cantare e suonare, e anche compositrice: quale migliore modello per me! L’ho conosciuta la prima volta nel 1982 e rincontrata per il libro, trent’anni dopo, con una grande emozione.

Perché, come scrivi nel libro, Chico Buarque è il più importante di tutti?

Chico Buarque racchiude in sé un mondo straordinario. È artefice di un matrimonio perfetto tra parole e musica. Scrive testi e musica, entrambi ad un livello magistrale. È un musicista raffinato ma non accademico perché non ha studiato poi tanto. È un genio che riesce a cogliere la bellezza che arriva anche per vie traverse.

Chico è una persona di cultura, ama la letteratura ed è anche scrittore. Ha uno sguardo sul suo paese molto profondo. E’ l’unico compositore che se fosse mancato al mio appello, mi avrebbe costretta a rimandare l’uscita di questo libro.

Di questi compositori, chi ti ha colpito di più?

Mi hanno stupito in tanti, se devo fare un nome in particolare, Edu Lobo, che qui da noi nessuno conosce e che si è dimostrato disponibile, allegro, passionale. Un signore di settant’anni che ama la musica del mondo: abbiamo parlato di Bernstein, di jazz, di Bill Evans, di cui è fan e di tanto altro. Siamo rimasti molto amici, alla fine.

Nel libro non compare Caetano Veloso e con Milton Nascimento ho fatto un’operazione a metà. Ho provato più volte a contattare Caetano, ma era sempre molto impegnato e non c’è stata possibilità di incontrarlo. Con Milton invece, che conoscevo già bene da tanti anni, si è creato una specie di cordone militare, una barriera difficile da superare. Lui non sta bene, non canta più come una volta, probabilmente è imbarazzante anche per lui mostrarsi, ora. Ho scritto comunque un capitolo su di lui, un omaggio doveroso.

Una domanda che nel libro poni tu: quando hai cominciato ad amare la musica?

Da bambina, soprattutto il jazz perché lo amava mio padre. E poi ci sono stati i Beatles. Il nonno mi ha fatto conoscere la classica, invece. Io suonavo il piano, la batteria, facevo i cori. Oggi canto e sono una compositrice a fasi molto alterne (purtroppo). E’ un errore perché più si scrive, meglio si riesce a farlo.

Le mie composizioni nascono da emozioni molto private e in maniera istintiva. All’inizio scrivevo in portoghese, osando qualcosa in più, non essendo la mia lingua. Col tempo ho assunto più consapevolezza, ecco perché le prime cose (scritte) sono più divertenti perché più “sbagliate”, hanno meno filo logico sul piano dell’armonia, ad esempio.

 

Credits photo: Andrea Paoletti

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